J´aime les nuages

[…..]

La prima volta che siamo stati insieme è stato in un motel.

Per arrivarci si percorreva una strada fra i campi, con molti dossi e buche. Mi ricordo la sorpresa di vedere il parcheggio pieno a quell’ora di pomeriggio.

Le lenzuola erano fredde e profumavano di bucato appena fatto. Mentre mi spogliava sentivo molto freddo. Ero sdraiata a pancia in giù, con la testa fra i cuscini e i pensieri appesi.

Mi voleva, ci volevamo.

Non avevamo niente in comune salvo il fatto che ognuno aveva il suo fardello e se lo trascinava in giro, giorno e notte, come gli appestati col campanello al piede.

Lui era un’anima persa, sporca, affascinante e maledetta allo stesso tempo.

Non avevamo fiducia l’uno nell’altro, né guardavamo film insieme o parlavamo di sentimenti veri.

Non avevamo altro che il sesso, ed era forse il migliore che abbia mai avuto.

Faceva tutto quello che volevo, senza doverglielo chiedere. Così passavamo il tempo, collezionando angoli di noi, e fumando via i minuti restanti.

Lo sapevo che non ero l’unica. Sapevo che vedeva altre, e non ero abbastanza forte da ignorarlo per cui mi arrabbiavo. Come se fosse una relazione normale.

Anche se non lo era, facevamo finta che lo fosse.

Regolarmente bigiavo università di mercoledì pomeriggio per andare da lui.

Solo l’essere dove non avrei dovuto mi eccitava. Il trasgredire, il mentire mi faceva sentire di avere il controllo di tutto e la paura di niente.

Non credo di aver mai visto nulla di casa sua. Non osseervavo, né mi muovevo se non verso una stanza sola.

I litigi erano fastidiosi come i graffi sulla carrozzeria nuova. Rimangono e quando li vedi cerchi di non pensarci. Prima o poi la faccio sistemare.

Non dovevamo sistemarci ma semplicemente smettere di scambiarci psicosi di continuo fingendo che fosse quello che le persone fanno quando non sanno che fare.

Io non sapevo che fare.

Ma lui era lí ed era facile buttargli tutto addosso, senza nemmeno chiedere scusa o farsi fare altrettanto.

Avevo un buco al posto del cuore, cosa ci andasse dentro era indifferente, basta che non mi facesse pensare a quanto misera mi sentissi in quell´autunno della vita.

Mesi passati a infettarci a vicenda e, senza rendersene conto, riporre nelle mani dell’altro chissà quali responsabilità.

L’ultima volta che l’ho visto è stato quando mi ha riportato dei cd. Non volevo che scendesse dalla macchina e non volevo nemmeno guardarlo in faccia.

Ha freddamente sporto il braccio dal finestrino, e me li ha allungati guardando davanti a sé in direzione della strada.

Avevo addosso un vestito rosso, che lui odiava.

Amavo fare cose che gli davano fastidio. Eppure non gli ho mai sbattuto in faccia quelle che davvero gli avrebbero fatto male.

Non sono riuscita a trovare una singola cosa per cui dispiacermi.

Come si può essere vuoti per sé stessi tanto quanto essere il tutto per qualcuno?

[…..]

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“Racconti” é una categoria che raccoglie scritti di varia natura. Riferimenti a cose, persone ed eventi sono ispirati a vicende vere, a volte con indicazioni false, inventate, pseudo successe, mai successe.

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