Via.

Aaah…le vacanze.

Esiste una parola più musicale di questa?
Uscire dall’ufficio e dire – a fra 3 settimane! è liberatorio, quasi un’esperienza extracorporea, come se di sottofondo passasse “con te partirò” di Bocelli.

Sono sempre andata in vacanza da piccola. Sempre. Non ho mai saltato un anno. La mia famiglia non è mai stata amante di stessa spiaggia stesso mare, al contrario. Si partiva la mattina presto, a volte il sole non era ancora sorto. Chilometri e chilometri di autostrada, sole cocente, gente impaziente di mare e salsedine. Per sfuggire alle temperature, appoggiavo il lato lungo di un asciugamano sull’orlo del finestrino e poi lo tiravo su al massimo, incastrandolo e facendo ombra.

Le valigie erano sempre troppe, per cui un sedile posteriore veniva sembre abbassato. La conseguenza era uno spazio vivibile ridotto al minimo, in cambio di una sensazione di traversata del continente.

Le pause agli autogrill e i panini portati da mamma erano come un rituale al quale non si poteva sfuggire, era parte dell’on the road italiano. A volte non erano stati ancora fatti quindi col coltellino svizzero di papà si tagliava il pane in maniera grossolana e lo si farciva di ogni ben di Dio, il tutto sul cruscotto della macchina, o in alternativa sul copribaule.

Prima dell’avvento del lettore cd portatile, il tempo in macchina non passava mai. Mai. Addirittura ci sono stati viaggi dove le code erano talmente lunghe che si spegneva il motore della macchina e si scendeva camminando avanti per vedere se c’era stato un incidente. Ai tempi non esisteva il navigatore, c’erano le cartine, quelle autostradali. Non credo di essere mai stata im grado di leggerne una.

Ho visitato quasi tutta Italia, in macchina. Solo una volta abbiamo preso l’aereo. Forse per questo sono un’amante dei viaggi su quattroruote. Siamo sempre stati in appartamenti/case sperdute in campagna o in paesini sconosciuti, mai in hotel/residence. Questo la dice lunga sulla gran parte dei genitori moderni che non portano i bambini più giù dell’adriatico perchè poi come facciamo senza spiagge attrezzate, e i giochi, e poi l’hotel alla fine è un garanzia, l’animazione e il ristorante in spiaggia (bla bla bla..). Io ho avuto la fortuna di vedere scuoiare un cinghiale per esempio, ed è stato 100 mila volte più interessante di un castello di sabbia.

A Levanto, dove ho passato l’80% delle estati della mia infanzia, pranzavamo in spiaggia, sotto 1 ombrellone in 4 (a volte anche in 6) e si andava a comprare la focaccia ligure in bicicletta. Dovevi far pipì? Tanti auguri. C’erano delle pseudo doccie costruite sotto il lungomare, diventate anche urinatoi che vi lascio immaginare il coraggio che ci vuole. Massima forma di intrattenimento per chi come me non amava la sabbia, era raccogliere i paguri e metterli in una ex scatoletta di latta per caramelle.

Almeno due volte prima di tornare a Milano si prendeva il pedalò e si usciva a largo a fare i tuffi dallo scivolo. L’acqua era così blu, pulita, luccicante, il paradiso in terra. Quella spiaggia è stato come un primo amore, uno dei posti più belli che la mia memoria custodisce.

Poi si cresce e le mete diventano altre. Non c’è più solo il sole e il mare ma anche la cultura. Non credo esista in Italia un museo in cui io non sia stata. Esagero? Forse si ma voglio rendere l’idea.

Quando ero bambina portarmi in giro per musei e chiese era come portarsi un masso legato al piede. Sarà per questo che non ho ricordi belli di nessuna di queste gite.
Sto ridendo mentre lo scrivo perché, poveri i miei genitori..

Eppure adesso, all’alba dei 27 anni, questa brama di riscoprire il mondo a partire dalla mia terra si è riaccesa come una fiamma.

Sarà che ci sono semplicemente delle fasi nella vita e quella di una bambina in estate è stare al mare tutto il giorno. Nonostante questo non potrò mai essere abbastanza grata al mio papà per non aver desistito e avermi a volte quasi costretto a “vedere anche quel museo lì”.

Se potessi viaggiare per tutta la vita giuro che lo farei. Diventare adulti è davvero uno strazio a volte e più passa il tempo più sembra quasi un guardare le cose accadere. Cose che già si sapevano, cose già viste. Come arrivare la sera dopo una giornata infernale e dover ancora svuotare la lavastoviglie, preparare la cena, buttare la spazzatura, farsi la doccia, magari trovare anche il tempo di meditare, bere 3 litri di acqua al giorno e fare movimento.

Esattamente in quei momenti capisco davvero tutte le volte che mia madre mi ha detto che era troppo stanca per mettere a posto le mie cose e io l’ho detestata perché “sono le mie cose lasciale pure così”.

Ora non riesco ad andare a letto se so che c’è una tazza nel lavandino della cucina. Certe cose a quanto pare si capiscono solo quando ti trovi dall’altra parte. Se avessi pure un figlio che non mette in ordine il suo caos probabilmente mi verrebbe un esaurimento nervoso.

Nello stress del quotidiano anche quest’anno sono arrivate, loro, le vacanze. Quest’anno torno nella mia amata Italia, ritorno in posti già visti per rivederli come se fosse la prima volta, ibridi, inesplorati.

Tutto organizzato nei minimi dettagli, ogni minimo spostamento. Biglietti dei musei già acquisitati e tanta, tanta voglia di andare. La copia sputata di mio padre insomma.

Però mi sento come se questa voglia non l’avessi mai avuta, mai provata, eppure sono tutti posti che ho già visto, in cui sono già stata.

E allora come mai questa trepidazione?

Perché siamo schiavi del nostro tempo.

Gli permettiamo di sfuggire al nostro controllo, vogliamo tutto e subito, senza goderci niente appieno. Abbiamo perso il valore del tempo nel preoccuparci più della sofferenza che del piacere delle piccole cose. Per questo l’infanzia riaffiora con questa facilità inesorabile, perché allora non avevamo questo problema.

Quando si è bambini la vita è un quadro di mille colori.

Quando si è bambini non si sa cosa vuol dire essere grandi ma non si vede l’ora di diventarlo, grandi. Una volta adulti si rimpiange l’infanzia perché si è finalmente consapevoli della differenza.

Una bella fregatura eh?

Il tempo è denaro.

Io dico che il tempo è molto più che denaro, i soldi sono la materializzazione del tempo ma non è sempre così. Il tempo che spendo lavorando mi porta dei soldi, ma mi priva di tante altre cose. Diventare adulti è secondo me accorgersi di queste sottigliezze.

Arriva un momento nel quale bisogna rivalutare, riordinare e classificare quello che è davvero importante.

Allora esco da questo tunnel temporale, buio, freddo, dove la luce si vede solo alla fine, come un piccolo cerchio fioco.

E vado alla ricerca del mio tempo passato, perduto e ritrovato.

Via.

Lanciarsi istintivamente in un’avventura e allontanarsi per un po’ dalla propria vita, è una sensazione straordinaria di libertà.
(Lynn Gordon)

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4 pensieri su “Via.

  1. martina montrasio

    mi è piaciuto molto, complimenti! ho provato nostalgia (per le mie vacanze da bambina con la mia famiglia) e grande speranza: per come i miei figli spero un giorno rileggeranno le esperienze (niente hotel, sempre on the road e…spesso in tenda) che con grande passione (di noi adulti) gli facciamo vivere.
    Tu mi offri sempre questa opportunità: guardare con altri occhi, da un’altra angolazione…e io ti ringrazio tantissimo perchè è utilissima!!!
    buonissime vacanze ;_)

  2. Mery

    Ciao, condivido ricordi e presente da siciliana a Praga. Condivido soprattutto la rivalutazione del tempo.. lavorare significa capire che cosa ci stiamo perdendo oppure che e’ fondamentale iniziare a riflettere su come impiegare il tempo

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