Una linea sottile

Carissimo, sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti; e io questa volta non mi riprenderò. Comincio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Quindi faccio quella che mi sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la più grande felicità possibile, sei stata in ogni senso tutto quello che un uomo poteva essere. So che ti sto rovinando la vita, so che senza di me potresti lavorare, e lo farai, lo so. Vedi, non riesco nemmeno a scrivere degnamente queste righe; voglio dirti che devo a te tutta la felicità della mia vita, sei stato infinitamente paziente con me e incredibilmente buono. Tutto mi ha abbandonato tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinare la tua vita; non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi.

Virginia Woolf

Una delle dichiarazione d´amore più belle che io abbia mai letto.

Un biglietto appoggiato sulla mensola del camino, un messaggio per suo marito, tutto il suo amore e la sua sofferenza racchiuse in poche righe.

Virginia Woolf, scrittrice, saggista e attivista britannica, si suicida il 28 Marzo 1941.

È una di quelle autrici che vale la pena studiare a scuola, anche se non mi sento di dire la stessa cosa dei libri dal momento che ho cominciato La signora Dalloway tre volte e non ce l´ho mai fatta ad andare oltre pagina 30. Troppo pesante.

Mi sono tuttavia ripromessa da poco di riprovarci, soprattutto dopo aver rivisto, per l´ennesima volta, il film che trae ispirazione dalla sua vita e opere: “The Hours” (in Italia uscito come “Le ore”).

Il film è tratto dall´omonimo libro, del premio Pulitzer Cunnningham, chissà magari si fa leggere meglio.

Le ore parla di tre donne, in tre epoche diverse e in tre momenti critici della loro vita, le quali niente hanno niente in comune tranne un libro: La signora Dalloway per l´appunto.

  • Virginia Woolf, Inghilterra degli anni 20, conduce la disperata battaglia contro la malattia mentale. Le “voci”, come le chiama lei, scandiscono i minuti delle sue giornate. Questa è la ragione per la quale si ritrova a dover lasciare la sua amata Londra, per andare a vivere nella campagna di Richmond, posto che odia con tutta sé stessa:

“Meglio morire impazzendo completamente a Londra che evaporare nell’aria a Richmond”.

  • Laura Brown, America degli anni Cinquanta, casalinga, mamma del piccolo Richard e incinta del secondo figlio, ha appena cominciato a leggere il libro. Vive, o meglio, sopravvive nel ruolo di moglie perfetta, madre perfetta, casalinga perfetta. Peccato che la perfezione non sia abbastanza, al ché la lettura diventa la sua unica valvola di sfogo.
  • Clarissa Vaughan, New York degli anni Novanta, sta praticamente rivivendo il romanzo infatti, come la protagonista, sta organizzando la festa per l´amico Richard, malato terminale di AIDS, vincitore di un premio letterario. È l´unica delle tre donne che è riuscita nel difficile compito di donna indipendente, realizzata, libera di vivere. Nonostante questo, la morte di Richard è come il soffio su un castello di carte, un evento che mette in discussione tutte le scelte da lei fatte fino a quel momento.

“Le ore” è uno di quei film dei quali non si può scrivere senza svelare il finale, o per lo meno, utili dettagli. Non mi sento di definirla una pellicola femminista, non c´è ostentamento della figura della donna quanto l´esasperazione della stessa. Essere donna non è mai apparso un compito così difficile e sofferto. Non mi sento nemmeno di dire che è un film triste, seppur tratti di morte, malattia e ineguaglianze. Lo definirei un film di formazione, nel senso che le protagoniste sono passive nella loro vita ma attive nel loro dolore, desiderio di fuga, cambiamento, felicità.

Tutto ciò è descritto in scene emotivamente terribili. Laura è una donna sensibile, che non riesce a reggere lo sguardo del figlio che vorrebbe magari uscire a giocare con gli altri bambini. Non riesce a fare una torta di compleanno per il marito. C´è una scena nella quale è in bagno con la porta socchiusa, lui sul letto che la chiama chiedendole di raggiungerlo, con l´intenzione di scambiarsi i gesti di affetto di una coppia sposata: “Amore, vieni?”. Lei fissa il vuoto, ha gli occhi pieni di lacrime, ma fa un respiro profondo e dice “Si, sto arrivando”.

È l´ultima cosa che vuole.

Il giorno successivo porta il figlio da un´amica, si reca in un hotel, specifica di non voler essere disturbata. Si siede sul letto, nella borsa flaconi di sonnifero, e ovviamente il libro di Mrs Dalloway. Si sdraia, si slaccia la camicia da sotto, si accarezza il pancione. Legge l´ennesima pagina, chiude gli occhi e improvvisamente la camera si allaga, ricorda un lago, lo stesso lago in cui Virginia Woolf si è suicidata. Eppure Laura non lo fa. Si sveglia dal suo sogno ad occhi aperti e esclama “Non posso”. Torna dal figlio, torna a casa, alla sua vita, ma si ripromette che una volta nato il secondogenito, scapperà. E così farà.

Laura è una figura che all´inizio può pesare, è quasi fastidiosa perché immobile in tutto quello che fa, e non fa. Però dà quel colpo di reni alla fine che uno non si aspetta proprio, quando tenta di suicidarsi ma non ci riesce. Anche qui grande metafora dell´uscire dagli schemi, fare esattamente il contrario di quello che gli altri, in questo caso gli spettatori, si aspettano. Non è un aspetto da sottovalutare, soprattutto quando si trattano temi come la donna e l´affermazione di sé stessa in quanto tale nel corso della storia.

Clarissa anche è difficile da inquadrare. Ha una compagna da 10 anni, Sally. Lei appare per la prima volta nel film infilandosi nel letto dopo una notte fuori casa, stando attenta a non farsi scoprire. Questo dettaglio non viene mai più ripreso, ma nei gesti di Clarissa si intravede una sorta di insoddisfazione, soprattutto quando dice:

Mi ricordo che una mattina mi sono svegliata all’alba con dentro un grande senso di aspettativa, hai presente, no? Lo conosci, uhm? E- e mi ricordo di aver pensato: ecco questo deve essere il preludio della felicità! Questo è solo l’inizio, ed ora in poi crescerà sempre di più. Non mi ha sfiorato l’idea che non fosse il preludio, era quella la felicità. Era quello il momento, era quello.

Io l´ho interpretato così: “Ho pensato fosse il preludio della felicità, invece era il suo inizio e la sua fine”. Viva il cinismo, ma non ci sono elementi per pensare il contrario. È un rapporto molto strano, quasi congelato in un momento indefinito, fermo. Ad ogni modo la malattia di Richard è e rimane la chiave non solo di tutto il film ma anche del malessere di Clarissa. Lei che sembra fare da impalcatura alla ormai precaria esistenza di lui. Lei respira, sorride, vive per entrambi. E lui questo lo sa, lo sa eccome e succede anche che lo dica ad alta voce:

  • Richard: Non voglio dire niente. Dico solo che credo di rimanere vivo solo per fare contenta te.
    Clarissa: Beh, allora? È così che si fa, sai? Tutti restano vivi per gli altri e i dottori sono stati chiari, non è detto che debba morire per forza.

Finché lui è in vita, Clarissa resta ancora aggrappata al passato, a quando lei e Richard si amavano, in un luogo e in un tempo lontano, ormai inesistente. Una sola cosa non è cambiata da allora: Mrs Dalloway, il soprannome col quale Richard chiama Clarissa. La storia si evolve, e quando lei rimane da sola, il film si chiude.

Un finale discutibile, ma adeguato, in linea con lo sviluppo degli eventi. “Le ore” non è soltanto paragonabile ad un romanzo di formazione, ma è una viaggio vero e proprio che percorre le vite di tre donne, alla ricerca di un equilibrio fra l´essere donna e il male di vivere.

Una linea a volte troppo sottile.

Essere donna non è semplice, e non lo è mai stato, in nessuna epoca, nemmeno nella nostra. Eppure quanta forza hanno dentro le donne. Quante lotte, per essere considerate tali, quanti demoni interiori, quante spaccature, quanta sensibilità in una parola sola: donna. Gli anni passano ma c´è sempre un filo conduttore tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere. Quello che non cambia è il perenne e smaniato rimettere tutto in discussione, di non essere abbastanza felici, abbastanza realizzate, abbastanza perfette, abbastanza noi.

Virginia Woolf é l´anti-eroina per eccellenza perché non solo aveva capito tutto questo molto prima di noi, ma perché lei ha avuto il coraggio di uscire da quegli schemi, di ammettere di andare in depressione ogni volta che finiva un libro. La capacità di scrivere la verità, nero su bianco, di un´epoca nella quale anche noi oggi viviamo, con le nostre paure, prima che con le nostre accettazioni.

Il finale.

Virginia che entra in acqua, la sua voce in sottofondo che legge la lettera di addio per il marito,

e l´appello ad un amore che mai avrebbe potuto essere di più.

I don’t think two people could have been happier than we have been.
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